Venezia 2012: “Pietà” di Kim Ki-Duk

Ad una settimana dall’uscita del primo numero annuale del Quadrifoglio, è finalmente giunto il momento di inaugurare i nostri contenuti esclusivi per il Quadri degli Studenti! 😀

 

Come già accennato nel post introduttivo, quest’estate il Quadrifoglio è stato presente alla 69esima Mostra del Cinema di Venezia. Vi propongo quindi, in esclusiva per il sito, la mia recensione del film vincitore: “Pietà” di Kim Ki-Duk.  Ovviamente, questo è un “antipasto” di ciò che potrete leggere nel nuovo numero del nostro giornale, in cui verranno pubblicate una relazione dell’esperienza alla Mostra e la recensione del film in assoluto più atteso della rassegna (nonché il mio personale Leone d’Oro): “The Master”.

 

Buona lettura! 🙂

 

 

PIETA’ di Kim Ki-Duk – Recensione da Venezia 2012

Vincitore del Leone d’Oro al Miglior Film

 

Kang-do, giovane strozzino di Seoul, non ha mai conosciuto il significato della parola pietà. Egli, orfano fin da neonato, trascorre le sue giornate riscuotendo inflessibilmente i debiti dei piccoli artigiani che proliferano nella sua città, non ammette alcun ritardo nei pagamenti e punisce eventuali mancanze con indicibili violenze . E’ un ragazzo che vive in un appartamento borghese in mezzo a baracche cadenti, che attraversa il suo squallido quartiere indossando giacconi di marca e con uno sguardo sprezzante negli occhi. La vita di Kang-do, però, è destinata ad essere sconvolta da un evento inaspettato. Un giorno, infatti, si presenta al suo cospetto Min-soo, una donna che sostiene di essere sua madre…

 

Pietà segna l’attesissimo ritorno al cinema di Kim Ki-Duk, uno degli autori più influenti dello scorso decennio. La storia del regista sud-coreano non è delle più semplici: Kim, infatti, a soli 11 anni fu costretto ad andare a lavorare come operaio in fabbrica. A differenza di molti suoi colleghi non ebbe occasione di andare a scuola di cinema per studiare tecniche di regia: iniziò ad avvicinarsi alla settima arte ed a lavorare come sceneggiatore solo quando, passati i trent’anni, si trasferì a Parigi. Dopo una decina d’anni, nell’anno 2000, Ki-Duk sconvolse la Mostra del cinema di Venezia con L’isola, che per l’estrema crudezza di alcune sue scene causò addirittura svenimenti in sala. Dopo essersi fatto notare dal grande pubblico internazionale, vinse numerosi premi nei maggiori festival europei con lungometraggi del calibro de La samaritana e del sensazionale Ferro3 – La casa vuota. Nell’anno 2008 si verificò una svolta drammatica nella vita del regista: durante le riprese del suo lungometraggio Dream, l’attrice protagonista rischiò la vita a seguito di un incidente in scena. Tale avvenimento turbò profondamente Kim e lo gettò in un buio periodo di depressione. Egli decise così di ritirarsi a vivere da eremita in una baracca, rinunciando ai beni materiali secondo un rigido regime di ascetismo.

 

Con Pietà Kim Ki-Duk cerca di mettere alle spalle i momenti bui della sua vita e di tornare a fare ciò che gli è sempre riuscito: emozionare gli spettatori con i suoi film. Il risultato è presto detto: un trionfo oltre ogni aspettativa. Pietà rappresenta per molti aspetti un ritorno ai tempi de L’isola, caratterizzati da una massiccia presenza di situazioni violente. In Pietà però la violenza non è mai sfacciata, non gioca a provocare una mera reazione scandalizzata nello spettatore. La violenza fisica, mai sottolineata da inquadrature morbose, è accompagnata da un’ancor più intensa violenza psicologica, che permea tutta l’opera. Il film si presenta tanto intenso quanto stilisticamente perfetto, caratterizzato da una folgorante eleganza delle immagini. Nello squallore dei quartieri più marci di Seoul si stagliano così figure descritte con grazia da Ki-Duk. La limpidezza della fotografia sembra dare luce ai personaggi stessi, che diventano quasi archetipi per tutti gli uomini, metafore di modelli di comportamento. In Pietà l’umanità viene così messa a nudo, con tutte le sue debolezze e in tutte le sue feroci contraddizioni.

 

Il tema centrale del film è rappresentato dal denaro, che si rivela qui in tutto il suo potenziale distruttivo. In una società ultra-capitalista come quella di Seoul, i soldi sembrano soffocare ogni accenno di umanità e pongono gli uomini alla stregua di bestie condannate a lottare per la sopravvivenza. I rapporti umani passano quindi in secondo piano, inghiottiti dall’avarizia o dall’incombere dei debiti. Accade così che molti “clienti” di Kang-do decidano di togliersi la vita, oppressi da richieste economiche insostenibili e diventati oggetto di estenuanti violenze fisiche e psicologiche. Risulta paradossale che, in una società sempre più ossessionata dal profitto, a svalutarsi sia poi di fatto il bene più prezioso, ossia la vita stessa, che diventa così mero oggetto di scambio volto a saldare pendenze economiche.

 

Pietà descrive quindi la deriva di un capitalismo degenerato mediante la figura di Kang-do, mero ingranaggio di una complessa società fondata sulla spietatezza e su una dilagante corruzione. In tale contesto, Kim Ki-Duk descrive abilmente, a tratti con durezza e a tratti con delicatezza, il profondo rapporto che si instaura tra Kang-do e Min-soo. In una vicenda caratterizzata da momenti di forte drammaticità, che rimanda spesso alla tragedia greca, il regista non farà mancare una flebile nota finale di speranza, a testimoniare che, nonostante tutto, l’empatia, la solidarietà tra esseri umani e la pietà sono valori che non ci abbandoneranno mai fino in fondo.

Venezia-Pieta_Kim_Ki-duk

“Che cos’è il denaro?”

“E’ l’inizio e la fine di tutte le cose: amore, onore, rabbia, violenza, odio, gelosia, vendetta.”

VOTO: 8.5