Matilde is not dead – Chiara Zanonato

“Libriamoci”. Sotto questo possente titolo, una simpatica scritta in grassetto mi chiede cortesemente di interpretare liberamente certi brani tratti da un romanzo di Pennac.

“Oh, Pennac! Quello de “Il diario di scuola”!”, mi dico.

Me lo ricordo bene, quel libro bianco, con la disastrosa pagella del Daniel in copertina: ricordo che lo lesse a me e a mio fratello mia madre, in una spiaggia della Sardegna, circa cinque estati fa; e se la rideva parecchio, perché essendo professoressa la divertiva non poco il suo modo di vedere la scuola. E quando cominciava, nel bel mezzo della lettura, a ridere con quella risata, grossa, che viene proprio dalla pancia, pensavo che i libri avessero proprio uno strano potere, certe volte.

Insomma, dicevo, proprio quel Pennac devo interpretare!

Allora leggo; rileggo; capisco.

A questo punto della faccenda qualcuno potrebbe aspettarsi un “interpreto”.

Invece no: sembrerebbe che i miei pensieri creati si siano congelati con il freddo di questa mattina, oppure siano migrati ieri notte verso mete/menti più calde.

“Che razza di titolo è <<Libriamoci>>?”,mi chiedo stizzita.
Avrei dovuto aspettarmelo, un titolo così; invece mi ero immaginata certi titoli difficili, possenti, pesanti: immaginavo pagine e pagine di elucubrazioni sul senso della vita, della morte, insomma argomentucci così.

Quindi, giusto per non fare brutte figure, ieri pomeriggio avevo pensato bene di aggirarmi per casa, in cerca di ispirazione. Io e il mio pigiamino grigio avevamo contemplato per lungo tempo i libri dei due grandi scaffali di legno massiccio in salotto.

E ripensandoci…quale genio avrebbe mai potuto ideare due mobili così affascinanti!

Si ergono come due guardie svizzere, due veri e propri protettori della cultura.

Sentinelle guardinghe, esperte, pronte a insegnarci nuove cose o a ricordarci quelle vecchie.

In uno dei primi scaffali, si trovano i miei libri di infanzia, quelli che mi hanno accompagnato fino ai primi anni di scuola elementare: grandi libri pieni di figure, che raccontano storie di paesi lontani e segreti, o di tempi passati. Ricordo le mani di mia madre, che ne sfogliava pazientemente le pagine.

A fianco, i libri che mi accompagnarono fino alle scuole medie: dei libretti carini e simpatici, che sanno di caldi pomeriggi d’estate, quando tutti i miei amici o quasi erano in vacanza in qualche terra lontana (o anche semplicemente a Sottomarina) e io mi arrampicavo su per la magnolia del mio giardino, con un libro di Angelo Petrosino in una mano, e leggevo le avventure di una certa Valentina; oppure mi facevo piccola piccola sul divano, facendo indigestione dei libri di Roal Dahl, sentendomi un po’ come quella sua Matilde.

Ma quei libri non sanno solo di pomeriggi estivi, pensandoci: ricordo anche certe sere invernali, con il piumino tirato su fino al naso, e la voce di mia madre che mi leggeva qualche libro, facendomi ridere con i suoi toni di voce (imitando le voci dei personaggi).

Sotto a questo “scaffale infanzia”, si fanno spazio, un po’ vanitosi, dei libri più impegnativi, i “libri adolescenziali” se vogliamo chiamarli così; i più mi sono stati regalati alla fine della terza media dal mio ex-professore di italiano, un uomo che ha visto il mondo cambiare, e che ha un sacco di cose da raccontare. I suoi libri sanno da biblioteche vecchie e polverose, eppure sono puliti e intatti, come appena comprati. Alcuni hanno il prezzo in lire, e mi fanno credere, anche solo per un istante, di vivere in un’epoca passata, la sua epoca (quella degli anni ’50) che io ammiro e rimpiango tanto.

Si ergono allora titoli importanti: “Narciso e Boccadoro” di Hesse, “Il maestro e Margherita” di Bulgakov, “Il Giovane Holden” di Salinger (uno dei più bei libri che abbia letto). Sono libri che mi ricordano pomeriggi di aprile dei miei anni di scuola media: appena cominciava la stagione un po’ più calda, io e una mia vicina di casa montavamo in sella e pedalavamo fino alla scuola, nel centro del paese, guardando la città che si svegliava.  Al ritorno invece, trafugavamo gli alberi di ciliegio che incontravamo lungo la strada; e mangiando quelle “ciliegie proibite”, ricordo che ci piaceva parlare anche delle poesie e dei libri che trattavamo in classe: se ci era piaciuto Kolja, quel ragazzo che pur di farsi accettare dai suoi amici si era messo sui binari del treno, o se anche noi, presi una siepe e un colle, avremmo potuto scrivere “L’Infinito”.

Di fianco a questi libri non c’è nulla: uno spazio vuoto, che col tempo saprò riempire.

Ecco, ieri pomeriggio, pensando a cosa avrei potuto scrivere per il concorso di scrittura creativa Xausa – Cimmino, ho fissato questi libri. E ora, solo ora, credo di aver finalmente capito cosa il titolo “Libiamoci” scritto in corsivo significhi.

Librarsi è prendere in mano un libro e associarvi un profumo, un’immagine, un suono, un sapore; librarsi è sentire il freddo della notte e il suono dei cannoni leggendo “Niente di nuovo sul fronte occidentale” o il profumo del ciliegio del convento de “Narciso e Boccadoro”; librarsi è ridere di Holden insieme a Salinger ma piacere Watanabe insieme a Murakami. Librarsi è vivere leggendo, e leggere vivendo. E allora non è così importante saper eccellere nell’arte inflazionistica del commento, né nella pratica restringitiva della scheda, né nella caccia alla citazione intelligente. Citando Jobs, “Stay hungry, stay foolish”. Siate affamati, siate curiosi.

Libratevi, libriamoci.

Chiara Zanonato

COMMENTO

La Matilde di Roal Dahl lascia il segno, la mamma che legge libri con passione (o il professore della scuola media)pure, anche il contesto(estivo o invernale)in cui si è letto conta…Il testo “Matilde is not dead” mostra capacità di vagare con lo stile e con la mente, gusto di giocare con la lingua italiana, ma anche spunti autentici legati ai libri, che accompagnano le varie fasi della crescita ,dall’infanzia alla scuola media all’adolescenza…

E’ una scrittura spontanea, che procede senza schema alla ricerca del senso della parola “LIBRIAMOCI”, ma poi trova una conclusione significativa, nonostante il distacco che qua e là vuole ostentare. Se l’argomento poteva prestarsi ad elogi retorici, questo lavoro aggira l’ostacolo in modo originale.