L’ibro ebro – Alice Schenato

Capitava spesso che un uomo buio in volto, poco dopo le cinque del mattino, con ancora sul viso l’alone della notte fuggita con speranze lavate di fresco con ammorbidente economico, si ritrovasse col sedere sul sedile davanti di un’automobile fredda. Capitava spesso che, a dispetto dell’umore terribile che si portava ficcato in corpo, avesse le mani ancora calde di quel che avevano partorito la sera precedente, e che queste finissero bruscamente di poltrire in fondo alle braccia, non appena cingevano con rabbia il volante che le avrebbe condotte lontano dagli occhi di chi non sa fare altro che aspettare quel che hanno da dire. Capitava spesso che questo essere umano dal carattere scostante – qualcuno malato d’amore per il prossimo direbbe “particolare” – si ponesse ancora dubbi sulla lunghezza dei periodi. Capitava spesso che non sapesse giudicare quand’era il momento di metterci dentro una virgola, un pausa grammaticale che permettesse a chi legge di tirare il fiato e non porsi troppe domande. E che non trovasse altro motivo che mettersi le sconfitte in gola per andare avanti. E indietro, anche.

Capitava spesso che un ragazzone con un amore spropositato per il sonno che non dormiva, con l’aria distratta di chi aveva immaginato di piangere tutta la notte, ancora nei pressi delle cinque del mattino, viaggiasse da solo ad ottanta chilometri orari. Capitava che viaggiasse pianissimo nella speranza che non fosse vera la strada che stava percorrendo, nell’illusione che non sarebbe mai arrivato il momento nel quale avrebbe dovuto mettere la scarpa pesante sopra l’asfalto gelido di una città inospitale; e lungo quel quotidiano terrore perdesse tutta la serenità che aveva sempre sognato di possedere, un giorno.
– Milano, Viale Rizzoli
Maledetto cartello, era arrivato anche quella volta. Capitava spesso che in gesto d’automatismo la vista di quelle lettere facesse uscire dalla bocca una bestemmia, sputata facendo appiccicare le sillabe alle labbra. Voleva non vederlo più, quel cartello odiato. Voleva dirgli addio con un sorriso sprezzante, con un coraggio esploso del tutto e non solo a metà.
– Parcheggio della Rizzoli
Capitava spesso che pensieri e imprecazioni, fusi assieme, lo accompagnassero fino ad un posto auto vuoto, in un parcheggio vuoto, con un cuore vuoto. Una manovra – sempre la stessa – e la berlina un tempo luccicante era lì, sempre allo stesso modo. Spegneva il motore con un rapido gesto. Scendeva e sbatteva la porta. La nebbia s’infilava sinuosa nel cappotto comprato d’estate a duemila chilometri dal luogo in cui si consumavano le maniche all’altezza dei gomiti.
Sono le cinque e ventisette, non importa se non porta l’orologio al polso. È un’ombra che non ama la compagnia. È sotto i lampioni, e dentro la coltre di nebbia milanese. E non sa dove scappare.
– Rizzoli
Sono il sonno sempre presente, la malavoglia e una lena mai nata che con una barella portano il malato incurabile dentro il manicomio. C’è il solito odore d’inchiostro fresco. Non ricorda più di averlo amato, una volta, quando era capace di essere felice. All’epoca l’inchiostro era un profumo inebriante. Lui ne veniva inebriato, inebriava gli altri, viveva in un mondo inebriato. Poi aveva iniziato a definirlo come olezzo ripugnante. E ripugnante era il meccanismo di circolo vizioso in cui lui aveva un posto fisso.
Succede spesso, agli uomini, di ricredersi. E di cambiare totalmente idea su un’immagine, su un suono, su un odore, su una persona… O sulla propria vita. Ma anche se cerchi di puntellarla, c’è il peso di una società fatta da ideali diversi. E, come se non bastasse, poi, c’è quel buco, che è dove lavora. È in pieno fervore da ore o ore. Macchine infernali vomitano pagine tutte uguali, masticano lettere maiuscole e minuscole, infilano i propri denti tra virgole, punti, discorsi, opinioni, racconti, nomi, descrizioni, prese in giro, consonanti, vocali, alfabeti. Rumori assordanti, duri, forti, freddi, metallici. E poi, poi… profumo d’ebro, sapore di mondi sconosciuti, elisir d’amore.
Lui sputa quattro parole a parvenze di figure umane che gli si avvicinano. Sono quattro parole senza senso, in un mondo quadrato fatto di un grande palazzo quadrato dove rumorosi macchinari copiano per tutti parole, e parole, e parole. Le parole stampate su grandi fogli di carta leggera assieme ad immagini, numeri e colori sono i giornali che lui si occupa di far distribuire. Lui non ha mai letto uno dei giornali per cui tanto quotidianamente si rovina, o meglio non l’ha mai letto per intero. Legge con occhi neri solo articoli stampati a piccoli caratteri neri che trattano di cronaca nera. Ma non glien’è mai fatto peso. Perché è macigno, non peso.
Nero. Rumore. Profumo. Nero. Rumore. Profumo. Nero…
Passa un uomo tarchiato, corre, affannosamente. “Uno scandalo! Mai fidarsi dei giovani, mai affidare loro una ristampa così importante!” Lo chiamano. “Oh! Eh? Aspetta che arrivo!” Molla un libro per terra.
“Oè, il libro!” gli grida dietro l’addetto distribuzione quotidiani. Ma non viene sentito. Decide di raccoglierlo e di ridarlo al proprietario la prima volta in cui gli sbatterà incontro nella sua perenne corsa. Tra le sue mani, un rigolo d’inchiostro. Il libro ne è zuppo. Chi sa cosa gli è successo? Gesto incontrollabile: lo apre. Lo sfoglia. Lo chiude. Si siede. Lo riapre, alla prima pagina. L’indice della mano destra scorre sulle lettere profumate, sulla pagine sottili, leggere, delicate, fragili. E va, va, corre, instancabile, preso, eccitato, agitato, innamorato. Profumo pungente. Profumo intenso. Profumo, ebbrezza, ubriachezza, stordimento. Supera la passione, è voglia incontrollabile di correre, di continuare a scorrere lettere, parole, frasi, paragrafi, capitoli, libri…
È rimasto il profumo. È sparito il rumore. Il nero è diventato colore iridescente, vivo, bello. La testa pulsa, trema, si agita. Scopre in caratteri cifrati una realtà più reale della realtà. Legge.

Capita sempre che l’addetto distribuzione quotidiani della Rizzoli scompaia. Va ad ubriacarsi. Prova una sensazione che le parole scritte da una penna non rendono, ma che neanche lui sa spiegare ad altri. Sono ubriacature brevi e intense, ma lunghe e durature. E quando addirittura il profumo dell’inchiostro svanisce, c’è qualcosa che va oltre. Capita sempre che l’amore non sia solo momentanea anestesia. E che le parole valgano più del piacere fisico.

Al lettore: Capita che non sempre le metafore sappiano essere immortali.

Alice Schenato

COMMENTO

Il racconto, volutamente enigmatico a cominciare dal neologismo del titolo “L’ibro ebro”, ruota attorno ad un fantomatico addetto alla distribuzione dei quotidiani della Rizzoli che proprio perché immerso nel mondo della stampa diventatogli ostile, apprezza per la prima volta, o come dice lui “diventa ebbro” della lettura, in occasione di un libro capitatogli casualmente tra le mani.

Il valore del testo è principalmente nella scrittura, che rivela una padronanza linguistica e un virtuosismo non comuni: in particolare l’autore sa alternare lunghi periodi ben gestiti a pennellate incisive che rendono il ritmo particolarmente scorrevole ed efficace, in grado di catturare l’attenzione del lettore a sua volta “inebriato” dalla piacevolezza del testo.